Prodotto dal Teatro Stabile Sloveno di Trieste in collaborazione con il Teatro Stabile La Contrada, lo spettacolo Così vicino (Tako bližji), scritto e diretto da Luca Quaia e tradotto in sloveno da Janko Petrovec, affronta una tematica di attualità come quella della paura degli altri – soprattutto in riferimento a chi appartiene a una cultura diversa dalla nostra – nel contesto di una società che vive perennemente online esponendo apertamente i fatti propri, anche i più stupidi, ma che non sa rapportarsi, nel mondo reale, con chi abita sullo stesso pianerottolo.
In scena un’unica attrice, Lara Komar, che si muove in una scenografia minima, costituita per lo più da scatoloni, e interagisce con i pochi oggetti presenti alternando stati d’animo di apparente equilibrio e serenità a momenti di panico totale intervallati da cambi d’abito e balletti in stile tik-tok che denotano anche l’instabilità emotiva del personaggio che interpreta e i suoi continui sbalzi d’umore.
La storia è incentrata su una donna di oggi, impegnata a postare sui social anche cosa ha mangiato a pranzo, che si trova ad affrontare un radicale cambiamento nella sua vita: il trasloco in un appartamento più moderno e confortevole e, apparentemente, non abitato da “trogloditi” – termine che lei usa per definire gli extracomunitari, compresi quelli che si occupano del trasloco delle sue cose nella nuova abitazione. Sennonché, giunta nella nuova casa, scopre ben presto che il suo vicino è un uomo di colore con tanto di bambini e resta scioccata al punto da rinchiudersi dentro e temere un’aggressione. Visto che viviamo in un mondo in cui basta googlare il nome di qualcuno per ottenere informazioni su di lui, ci mette poco a scoprire che l’uomo fa il cuoco e a quanto pare è anche una persona perbene. Ma questo non la tranquillizza e iniziano le congetture.
L’elemento interessante della pièce è proprio il carattere un po’ ambiguo della protagonista. Pratica la meditazione, come per auto-convincersi di essere una donna appagata, aperta al mondo e agli altri, ma in realtà è terrorizzata da tutto quello che rischia di mettere in discussione le sue convinzioni – spesso sbagliate – e soffre di una profonda solitudine, al punto da tormentare con continue telefonate le amiche, che magari stanno lavorando, per chiedere consigli stupidi e ritrovare, in parte, quella sicurezza che sente vacillare. È una donna frutto dell’attuale società, totalmente incapace di entrare in contatto con la realtà che la circonda e intrappolata in un suo mondo mentale, fatto di preconcetti.
Nel corso dello spettacolo, si scopre pian piano, e grazie a un utilizzo piuttosto insolito degli scatoloni dei traslochi, che lei ha passato una vita intera ad avere paura. E queste paure sono quelle che affliggono un po’ tutti: il primo giorno di scuola, il primo bacio, il primo rapporto sessuale… Ma lei queste paure non le ha superate. Le sono rimaste dentro come un brutto ricordo, e adesso che si trova a vivere accanto a un estraneo che non appartiene al suo mondo di superficialità, emergono prepotentemente. Perfino i biscotti che il vicino le lascia sullo zerbino, in segno di benvenuto, la mandano in agitazione e la spingono a supporre un tentativo di avvelenamento o peggio. Eppure, alla fine, qualcosa in lei per fortuna scatta e riesce a stabilire un primo, forse goffo, contatto indotto anche dalla scoperta, tra la roba accuratamente imballata negli scatoloni, di oggetti che dimostrano che anche nella sua famiglia ci sono stati dei migranti che in passato sono partiti in cerca di un futuro migliore. Forse questo particolare punto avrebbe meritato un maggiore approfondimento rispetto al semplice scambio telefonico tra nonna e nipote che segue alla scoperta, ma dato lo stile anche veloce e vivace della pièce si è cercato probabilmente di evitare un eccessivo rallentamento, e appesantimento, che comunque sarebbe potuto risultare fuori contesto visto il carattere del personaggio. La scoperta servirà comunque ad aprire uno spiraglio nella sua chiusura mentale, e a farle prendere coscienza che in fondo le sue paure sono immotivate.
L’impegno richiesto all’attrice Lara Komar è notevole, proprio per il suo trovarsi da sola sul palco a gestire non solo il lato emotivo del personaggio ma anche l’interazione con il pubblico, con gli oggetti e con la scenografia. L’ironia e la leggerezza che in certi passaggi caratterizzano lo spettacolo mettono però in evidenza come l’attrice si diverta nel ruolo e lo consideri anche una sfida e un’esperienza nuova di profondo arricchimento.
Lo spettacolo cerca di favorire un’apertura verso la realtà che ci circonda che purtroppo, con l’attuale utilizzo sfrenato dei social, sta diventando sempre più difficile e complicata.
Alcune opinioni del gruppo Pen Lettori Trieste, che ha avuto modo di leggere anche il copione integrale nel lontano 2021 quando lo spettacolo fu rinviato per le difficoltà create dall’emergenza sanitaria di quel periodo. Il copione, nel frattempo, ha subito qualche modifica:
“Se da un lato si percepisce la paura di uscire dalle proprie piccole routine (molto brava l’attrice ad esasperare il concetto della solitudine dei media e paura della diversità, anche nell’ambito delle sue stesse amicizie), dall’altro si sente debole consapevolezza per un atto volontario di cambiamento. Ne è esempio un dolce contraccambiato senza amore e nessun sincero piacere di andare oltre le barriere del colore della pelle e qualsiasi pregiudizio, una ricetta messa in pratica come un cartone di Walt Disney (uno spruzzo qui e là), un inconsistente risultato positivo, solo un pugno di farina, polvere negli occhi e nulla più.
Avevo percepito molto di più nel testo. La regia è stata più debole nell’affrontare i temi seri della paura, del pregiudizio, del razzismo, dei rapporti familiari. Piuttosto si è cristallizzata sulla frivolezza che ha contaminato tutto il contesto. Se c’era anche una possibilità di cambiamento, l’ha resa vana mantenendo uno sguardo superficiale. Niente gran finale, neanche nello spazio di uno spioncino. L’attrice grande”.
“I social, il telefonino sempre in mano neanche fosse una chiave universale, non possono dare tutte le risposte che possiamo trovare solo interrogando noi stessi. Immersi in questo infinito esterno a noi, le paure aumentano e si deformano fino a uno stato patologico. Mancando il substrato culturale e familiare, e senza un aiuto esterno che in qualche modo ne faccia le veci, dubito una guarigione. La realtà distorta costruita, se non viene in qualche modo demolita, resterà purtroppo quella dominante, malata e sofferente, impaurita e giudicante, solitaria e superficiale. Molto brava l’attrice a mettere in luce questo dramma sociale, tutta sola in scena, senza vie di scampo”.
“Mi aveva colpito la riscrittura del testo. Rispetto alla prima stesura (quella del nostro incontro col regista, mi pare nel 2021) stavolta pare un testo più maturo, più “di scavo”. La paura, che in prima battuta era solo uno dei contenuti, qui ha assunto un ruolo centrale e decisivo, quasi più importante ed invasivo rispetto all’atteggiamento negativo nei confronti dello straniero. Anzi, quest’ultimo contenuto appare come una delle tante sfaccettature della paura che affligge la protagonista, con la sola differenza che non può essere neutralizzata da una telefonata, o da una coccola all’orsetto di peluche: lo straniero c’è, dietro la porta di casa. Così come non è possibile cancellare le esperienze negative del passato, tanto che pare funzioni il rimedio supremo: chiudersi in casa, mettere la testa sotto la sabbia, ballare da sola. Ho trovato tutto l’allestimento dello spettacolo assai interessante, sono felice di averlo visto adesso e non anni fa, secondo me tutto ci ha guadagnato. Lara Komar è proprio brava”.



Commenti
Non ci sono ancora commenti