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Fumetto

Incontro con Vaughan, Henrichon e Marcos

Incontro con Vaughan, Henrichon e Marcos

Lucca Comics & Games 2025

SpectatorsSi parla anche di fumetto nell’incontro con la stampa di Brian K. Vaughan, Martin Marcos e Niko Henrichon. Data la moltitudine di tematiche che lo sceneggiatore tratta nei suoi fumetti è stato infatti inevitabile affrontare argomenti molto più vasti delle solite domande sulle ispirazioni delle opere o le tecniche di realizzazione, e anche quando si parlerà di fumetti lo si farà spesso in termini generali senza approfondire più di tanto le opere: onore al mondo nerd, per una volta. Tanto vale cominciare dalla fine dell’incontro ed espletare subito le domande di rito: tra le principali influenze sul suo lavoro Vaughan segnala gli autori della British Invasion, in particolare Alan Moore e Garth Ennis.

A Lucca 2025 Bao ha presentato in anteprima Spectators, una storia di fantasmi guardoni che per secoli osservano miserie e gioie dell’umanità. Alla base di questa opera disegnata da Niko Henrichon c’è una logica precisa, ovvero la constatazione della dicotomia con cui negli Stati Uniti si guarda alla violenza e al sesso. La prima è spesso fruita in maniera collettiva e addirittura pubblica: Vaughan fa l’esempio del football, uno sport molto violento. Il sesso, invece, viene riservato alla sfera privata. In Spectators queste distinzioni cadono e ci sono grandi dosi di entrambi, anche se l’intento non è semplicemente quello di épater la bourgeoisie ma di metterli sullo stesso piano dello sguardo.

A proposito di violenza, dai giornalisti presenti all’incontro viene spontaneo chiedere se il panorama politico che sta caratterizzando il mondo preoccupi gli autori. Ovviamente sono tutti sensibili sull’argomento, Henrichon ammette di sentirsi helpless ma spera per il meglio. Diverso il discorso sulle guerre: la situazione è sotto gli occhi di tutti, ma il disegnatore azzarda di definirsi ottimista al riguardo, citando il fatto che Medio Evo, Rinascimento e persino Età della Pietra erano molto più violenti. Forse sono i mezzi di comunicazione di massa che ci rendono paranoici e pessimisti? Una visione un po’ rosea non condivisa al 100% dagli altri due autori presenti.

La presenza dell’altro disegnatore Martin Marcos porta inevitabilmente a parlare di un fumetto realizzato insieme a Vaughan: Barrier. E anche stavolta la platea presente esula dal fumetto in sé: cogliendo lo spunto dal titolo viene chiesto agli autori se secondo loro col fumetto è possibile superare le barriere. La risposta è positiva: i fumetti sono un linguaggio universale (e non a caso possono tornare utili per la propaganda) anche se forse più adatti a un pubblico giovane. Voglio sperare che Vaughan non intendesse che i comics sono cose “da bambini” ma che sono indirizzati a persone aperte a linguaggi diversi e senza pregiudizi.

Barrier

A proposito di “barriere” Vaughan dice di parlare solo l’inglese e quindi quando è in viaggio percepisce nettamente questa barriera, la distanza che si interpone tra lui e gli altri. Come ricorda Martin, in Barrier c’è un ulteriore livello di distanziamento tra i due protagonisti, lei statunitense e lui honduregno: non solo non parlano la stessa lingua ma quelle che parlano sono varianti dei rispettivi idiomi. I dialoghi in inglese sono infatti infarciti di slang militare, mentre lo spagnolo impiegato non è il castigliano standard ma «Asturian Spanish». In merito a Barrier, viene smentita l’ipotesi del vostro umile cronista secondo cui avrebbe dovuto avere un seguito: il finale è proprio quello, a testimoniare un’ulteriore barriera che non verrà superata con un sequel.

E un’altra barriera è il fatto che Vaughan non sa disegnare. Non essendo uno scrittore di prosa ma di fumetti deve quindi affidarsi per forza a un disegnatore che metta su carta (monitor, tablet, ecc.) quello che lui immagina. Nel suo caso si tratta di un rapporto stretto e costante (Vaughan chiede ai disegnatori di leggere bene la storia e di capirne il significato), può permettersi di mantenere continui contatti coi disegnatori con cui collabora e il risultato è sempre superiore alla semplice somma di un testo e di una serie di disegni. Ciò detto, per quanto sia stretto il rapporto tra i realizzatori, non è di natura univoca: è molto più fluido che in altri contesti e c’è uno scambio costante.

Comunque, nonostante non sia un romanziere, Brian K. Vaughan scrive anche per cinema e televisione (ha lavorato anche al serial di culto Lost) e non esita a dichiarare quanto il fumetto permetta una libertà ben maggiore. Il motivo è molto prosaico: ha molti meno fruitori rispetto agli altri media, quindi vi circolano molti meno soldi e di conseguenza anche i rischi sono ridotti. Sul piccolo e sul grande schermo bisogna andarci molto cauti a mostrare una di quelle sparatorie di massa che periodicamente funestano gli Stati Uniti, per non offendere la sensibilità di nessuno: in Spectators, che comincia proprio così, non si sono fatti certo gli stessi problemi.

Il fumetto permette inoltre dei canali distributivi differenti e variegati: molte delle opere realizzate con Martin Marcos erano prima disponibili sul web e poi raccolte nel classico volume cartaceo. Il vantaggio che danno le nuove tecnologie è esemplificato anche dal rilascio periodico delle tavole su Substack, che permette di raccogliere le reazioni del pubblico in tempo reale. Ai tempi della lavorazione de L’Orgoglio di Baghdad (pubblicato poi nel 2006) Vaughan e Henrichon dovettero invece mantenere segreto il progetto per due anni, per alimentare la curiosità e le ipotesi dei lettori. Il fumetto inoltre permette di sperimentare anche in contesti mainstream: lo si può fare anche con personaggi consolidati e apparentemente monolitici come Batman o Spiderman, i lettori hanno fame di cose nuove ed è bello lavorare insieme a persone che vogliono correre il rischio di farle.

Brian K. Vaughan

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