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Palcoscenico

Scrofe di Tomislav Zajec al Teatro Sloveno di Trieste

Scrofe di Tomislav Zajec al Teatro Sloveno di Trieste

Una scena di ScrofeAndato in scena nel dicembre scorso al Teatro Stabile Sloveno di Trieste, lo spettacolo Svinje (Scrofe) di Tomislav Zajec, per la regia di Primož Ekart, ha visto sul palco le attrici Tina Gunzek e Nikla Petruška Panizon alle prese con un testo in grado di mettere in seria difficoltà ogni artista chiamata a interpretarlo.
Scelte dallo stesso regista proprio per le loro doti attoriali, le due hanno accettato la sfida posta dall’opera dell’affermato drammaturgo croato e posta anche, in un’altra forma, dallo stesso regista che ha deciso di conferire allo spettacolo la sua personale impronta.

Ambientato in una casa di campagna in un luogo imprecisato, ma non poi così lontana dalla civiltà, narra la storia di due sorelle che gestiscono un porcile e non hanno alcun contatto con il mondo che le circonda. Cresciute in un contesto familiare violento e disfunzionale – lo si deduce da quanto loro stesse raccontano – le due vivono in una realtà in cui la sorella minore cerca disperatamente di dare sfogo al suo presunto talento artistico mentre la maggiore manda avanti il porcile ed elimina uno dopo l’altro quelli che dovrebbero essere gli insegnanti della sorella. La complessità del testo consiste nel fatto che non è dato sapere con certezza cosa sia vero e cosa sia falso, o se sia tutto un triste parto della loro mente sopraffatta dalle angherie subite in passato, quando ancora erano bambine. Di conseguenza le due attrici devono essere molto abili nel dare vita alle azioni e ai pensieri, spesso contraddittori, delle due protagoniste che passano da stati di estrema sovra-eccitazione a stati, altrettanto estremi, di profonda solitudine e depressione – sottolineati, sulla scena, da sequenze in cui i gesti delle due diventano molto lenti e misurati e la loro mente sembra quasi essere in “pausa”, come se staccasse dalla finzione per prendere tristemente coscienza della realtà. Per scelta del regista lo spettacolo prevede anche l’inserimento di numeri cantati, in sintonia con quanto narrato, che le due attrici dimostrano di saper gestire alla perfezione malgrado l’ulteriore difficoltà di passare da un’impostazione drammatica a una più cabarettistica nell’arco di pochi secondi presentando un’altra faccia – anche più sensuale – del proprio personaggio.

Una scena di Scrofe

Lo spettacolo è stato visto anche dalle socie del Pen Lettori di Trieste, come già avvenuto nel mese di ottobre con La locandiera di Goldoni, che hanno avuto l’opportunità di leggere in precedenza il copione e confrontarsi con una delle attrici protagoniste, Nikla Petruška Panizon. Dalle loro opinioni emerge sicuramente la libera interpretazione che questo tipo di spettacolo, per come impostato, consente.

“Secondo me le due protagoniste sono talmente traumatizzate da quanto vissuto nella loro infanzia, soprattutto con il padre, che si rifugiano in una loro follia tutta personale: interpretano ruoli, se li scambiano (vedesi scambio parrucche), simulano una vita quotidiana a base di un porcile da mandare avanti e illusioni artistiche. Nei pochi momenti di lucidità c’è l’abisso della solitudine, quella tangibile, in quanto non hanno contatti con il mondo esterno.
La libertà ha sempre un suo prezzo, e loro, purtroppo, alla fine, scelgono la sicurezza della follia. Per uscire da quella porta bisogna essere disposti a rischiare che il mondo là fuori non ti accetti o il fatto di ritrovarti in un abisso di solitudine più profondo di quello che attualmente vivi con tua sorella. Sono in due, e l’una è allo stesso tempo il riempimento del vuoto e la trappola dell’altra.
Il padre è morto e potrebbero vivere tranquillamente le loro vite senza pensare al passato. Ma il trauma è ancora lì nella loro testa e continuano a riviverlo rievocando ossessivamente quanto gli diceva il padre.
Entrambe le attrici bravissime”.

“Anch’io sono stata colpita dai momenti di “stacco”, silenziosi, a passi trascinati, tristissimi e dolorosamente reali. Il resto resta sospeso in un sorprendente mondo alternativo: Reale? Preda della follia? Forzato dal senso di colpa delle sorelle? Ogni spettatore può dare una sua lettura a canzoni e scene vivaci, ma resta la solitudine di fondo di chi ha avuto esperienze traumatiche, che il mondo esterno si ostina a non capire”.

Una scena di Scrofe

“È stato uno spettacolo che mi ha dato molto a cui pensare. A parte l’indiscutibile bravura delle attrici, mi sono resa conto che l’unica scena reale dell’intero spettacolo era quella in cui le due protagoniste mangiavano in silenzio nella solitudine della loro cucina. Tutte le altre scene, decisamente sopra le righe, grottesche, surreali, esagerate e inframmezzate da cabaret, le ho interpretate come frutto delle loro menti frustrate e tristi, una sorta di desiderio di reazione interna verso persone che le hanno ignorate, maltrattate o non considerate. Una specie di “quello lo uccido” che spesso capita a tutti di dire in momenti di rabbia… ma scritto in modo teatrale”.

“Anch’io ho interpretato lo spettacolo come non reale. Addirittura ho pensato che le due protagoniste fossero la stessa persona, una da bambina e una da adulta. Tutto molto surreale. Però mentre la lettura del testo mi ha colpito per la brutalità, lo spettacolo era alleggerito dalla musica e dalla parte cantata. Le attrici molto brave e complete. Difficile capire cosa intendesse trasmettere l’autore con questa opera. Il regista gli ha dato un taglio più leggero, mi pareva. Mio marito che non ha letto il copione ed era all’oscuro dell’argomento ha apprezzato la bravura delle attrici e lo ha definito un cabaret molto strano, abbastanza inquietante”.

“Oltre alla solitudine e al desiderio fanciullesco di attività artistiche sotto forma di gioco, io vedo l’insicurezza e l’incapacità di affrontare il mondo che attende di fuori ma che tanto incute loro timore.
E questo perché hanno potuto solo idealizzare il ruolo dei genitori, senza poterne veramente ricevere le cure e l’affetto che necessitavano.
Si comprende quanto sia importante il ruolo genitoriale, di qualcuno che prenda per mano un bambino e lo aiuti ad affacciarsi al di fuori, nel mondo reale.
Le due bambine hanno atteso per molto tempo questa figura, tradite, violate, rifugiate in casa, prima loro fortezza, col tempo loro tomba. Quindi rimangono prigioniere. Il loro vivere è solo un morire, un infrangersi dei sogni non ben sviluppati (da qui l’uccisione di tutti gli insegnanti, di ballo, di musica, ecc…), un’impossibilità di creare qualcosa (è in questo il morire a poco a poco).
E il loro gioco si ripete, come una canzone su disco che appena trova un solco rovinato, salta, e riprende da capo. Nessuna avrà il coraggio di attraversare la luce e, triste a dirsi, la tana e il vivere come dei topi le farà sempre più assomigliare a dei maiali nello scenario di un porcile”.

Qui è possibile vedere una breve presentazione dello spettacolo:

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