Lo spettacolo Sei personaggi in cerca d’autore, per la regia di Valerio Binasco e la produzione dei teatri di Torino, Genova e Napoli, approdato di recente al Teatro Rossetti di Trieste, è un Pirandello senza essere Pirandello. La locandina lo dichiara apertamente con quel “da Luigi Pirandello” e non “di Luigi Pirandello” che evidenzia la volontà di un allestimento che trae ispirazione dalla nota opera dell’autore e che rifiuta di attenersi strettamente all’originale per infondergli, piuttosto, uno spirito nuovo, più giovane, più moderno.
La compagnia di attori, riunita in questo caso nella palestra di una scuola, che si trova improvvisamente spiazzata dal palesarsi dei sei personaggi, desiderosi di vedere la loro storia rappresentata sul palco, è interpretata da giovani che nella realtà si stanno ancora formando in ambito teatrale – sono venti allievi della scuola del Teatro Stabile di Torino – e che portano sul palco se stessi, con le incertezze e il desiderio di entrare in contatto con un ambiente che ha la tendenza a lasciarli fuori (quali testi teatrali parlano oggi dei giovani e dei loro problemi?).
La parte iniziale dello spettacolo si focalizza brevemente su questo: gli approcci e i tentativi di comprendere un testo che risulta di difficile comprensione – quel Giuoco delle parti citato dallo stesso Pirandello nel copione originale – e lo studio per cercare di dare sfogo sul palco a quelle angosce rimaste sepolte in ognuno che chiedono disperatamente di non essere mai più riportate alla luce. Poi, entrano in scena i sei, come un fluire sul palco che passa quasi inosservato, e inizia il confronto tra i due gruppi: quello degli attori in erba con un regista (Jurij Ferrini) che cerca di fungere da guida e dar loro suggerimenti, e quello dei personaggi costretti a rivivere all’infinito la loro storia, a non superare mai il lutto e la sofferenza, in cerca di un autore che ne racconti il dramma ma non disposti a essere interpretati dagli attori.
In questa versione i personaggi non sono veramente sei bensì quattro – il padre (Valerio Binasco), la madre (Sara Bertelà), la figliastra (Giordana Faggiano) e il figlio (Giovanni Drago), che sono anche quelli che compaiono sulla locandina – mentre i due bambini più piccoli, figure di contorno ma determinanti per l’atrocità familiare che si consuma, assumono le fattezze di due attori del gruppo di giovani che in scena vengono appropriatamente vestiti per l’occasione. Il padre di Valerio Binasco, che nell’originale era tutt’altro che secondario, diventa invece un personaggio di minore impatto rispetto alla figliastra e al figlio, il cui ruolo si evolve nel corso della rappresentazione, come se il regista/attore stesso avesse deciso di dare più spazio ai giovani e ai loro sentimenti e di tirarsi leggermente indietro per permettere loro di esprimersi. La scelta, per quanto possa sembrare azzardata a chi conosce bene Pirandello, finisce per risultare efficace e consente allo spettacolo una maggiore accessibilità. L’atteggiamento sguaiato e provocatorio della figliastra, e il suo essere palesemente sopra le righe, colpisce il pubblico adulto e attira l’attenzione di quello giovane, che si pone domande sul suo comportamento o in certi casi vi si riconosce – come reazione a determinati soprusi subiti. Lo stesso succede nei confronti di quel figlio, inizialmente distante e asociale, la cui personalità si manifesta in tutta la sua potenza nel finale, radicalmente diverso dall’originale, come un’esplosione improvvisa e incontrollata. E anche qui è probabile che molti giovani si riconoscano in quello sfogo, in quell’odio a lungo accumulato e causato dall’impossibilità di uscire da uno schema che per lui è stato concepito da altri – uscire dal suo personaggio, appunto.
Efficace anche la decisione di consentire agli attori di tentare realmente di mettere in scena, nel loro stile, le vicissitudini dei personaggi. E così il terribile quasi incesto tra figliastra e padre si traduce in una scenetta comica, in stile gay, tra due maschi della compagnia. Questo smorza il tono e potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma rappresenta perfettamente il modo in cui due ragazzi di oggi cercherebbero di ironizzare sulla drammaticità della situazione puntando sulla leggerezza.
La conseguenza delle scelte sopra esposte è un ovvio abbassamento dell’opera, ma non è detto che sia un male. È chiaro fin da subito che per l’appunto questo non è Pirandello ma a Pirandello si ispira, e cercare di coinvolgere i giovani portando quel teatro quasi inavvicinabile al loro livello porta certamente a dei riscontri positivi. Lo spettacolo è naturalmente sconsigliato a chi apprezza il Pirandello vero e autentico di cui non si cambia neanche una virgola.



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