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Cinema

Recensioni cinematografiche 2025/2026: da Norimberga a Un anno di scuola

Recensioni cinematografiche 2025/2026: da Norimberga a Un anno di scuola

Ho visto parecchi film in sala negli ultimi mesi. Non che io abbia nulla contro le piattaforme online, ma il cinema mi regala emozioni che sullo schermo della TV, del PC o dello Smartphone non ritrovo.
Malgrado la “scorpacciata” cinematografica, non ho scritto nulla in merito. Turbata da un mondo sempre più segnato dalle guerre e dall’umana follia mi sembrava che qualsiasi cosa avessi da scrivere fosse, in fondo, una sciocchezza. Forse una sciocchezza lo è sul serio, ma mi sono resa anche conto che se si ama scrivere ed esprimere un parere su quanto si è visto, è giusto continuare a farlo. Riporto, pertanto, qui di seguito, le recensioni dei film a cui ho assistito. Un’emozione descritta è pur sempre un’emozione condivisa.

NorimbergaNorimberga di James Vanderbilt (2025):
Basato sul romanzo Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, il film merita di essere visto soprattutto per Russell Crowe, la cui presenza scenica nel ruolo di Hermann Göring è notevole, e per la voce di Luca Ward che gli conferisce quell’espressività da mostro impenetrabile che si crede superiore agli altri per intelligenza e astuzia. Si poteva sfruttare meglio il cast di attori di contorno, visto che sono tutti molto talentuosi, approfondendo di più la psicologia dei personaggi che interpretano, e magari dare un po’ più di spazio alla crisi vissuta dallo psichiatra Douglas Kelley (Rami Malek) nel finale quando si rende conto di aver ottenuto una vittoria che è allo stesso tempo una sconfitta.
Storia importante, e complessa, che però viene gestita senza creare né noia, né pesantezza. Due ore e mezza che scorrono rapidamente senza che ci sia un solo momento di stanca.
Lodo il regista per aver trovato il modo di mantenere alta l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine affrontando con la giusta sensibilità un evento storico che ha segnato la vita dell’umanità.

PrimaveraPrimavera di Damiano Michieletto (2025):
Liberamente tratto da Stabat Mater di Tiziano Scarpa, il film parla di musica, ricerca di affetto, desiderio di trovare il proprio posto nel mondo e, soprattutto, di farlo senza subire le imposizioni degli altri. Ho apprezzato la regia teatrale, le inquadrature che si soffermano sui volti di queste ragazze condannate a una vita decisa per loro da altri, e la loro notevole espressività. Tecla Insolia magnifica. Il fatto che tutte le trovatelle del Pio Ospedale della Pietà abbiano i capelli raccolti nelle cuffiette ha giustamente indotto il regista a scegliere attrici dai volti che lasciano il segno e non si dimenticano. Infatti quando alla fine Cecilia è con i capelli sciolti sulle spalle in viaggio per una vita che finalmente ha scelto lei, non sembra più una madonna ma una ragazza come tante, che si confonde facilmente in mezzo alle altre proprio perché tutta l’attenzione non è più focalizzata sul suo volto. Questo secondo me è un punto di forza.
Michele Riondino nella parte di Antonio Vivaldi accetta un ruolo che, in fondo, è di secondo piano rispetto alla figura femminile, ma lo fa con umiltà e senza calcare la mano. Andrea Pennacchi, nel ruolo del Governatore, risulta molto molieresco, a tratti anche troppo, ma comunque perfettamente calato nella parte. Ottima anche l’interpretazione di Fabrizia Sacchi come Priora, rigida e severa all’inizio ma in grado di manifestare un’inaspettata sensibilità ed empatia con il progredire della storia.

La graziaLa grazia di Paolo Sorrentino (2025):
Toni Servillo straordinario come sempre nel ruolo di un Presidente della Repubblica umano, sensibile, profondo conoscitore della sua materia e giustamente titubante quando si tratta di prendere decisioni importanti, ma che a volte sa essere anche scherzoso (vedesi il discorso canzone di Guè Pequeno).
Sequenze che alle volte sembrano veri e propri sogni del protagonista in preda a dubbi che lo angosciano e che fatica a chiarire.
Strepitose le battute e l’interazione con l’amica Coco Valori (Milvia Marigliano) che lo asseconda e allo stesso tempo gli risponde a tono, pur condividendo con lui cene discutibili per vecchietti da ospizio. L’attrice si merita appieno il David di Donatello a cui è candidata.
Complicato come è giusto che sia il rapporto con la figlia (Anna Ferzetti), che da una parte lo ammira e dall’altra ritiene di essersi sacrificata troppo per lui. Il personaggio non mi è piaciuto molto, pur capendone la mentalità, e onestamente quando lei si allontana per andare dal fratello lasciando lui libero di risolversi da solo i dubbi ho tirato un sospiro di sollievo.
Paolo Sorrentino non lascia nulla al caso, neanche per quanto riguarda il colpo di scena sul presunto amante della moglie defunta del Presidente, e trova una soluzione che genera un po’ di sorpresa ma viene anche ben accolta pur suscitando nuove perplessità e simpatici interrogativi in un Presidente destinato, in questo caso, a non ottenere risposta.
Ottimo utilizzo della colonna sonora che si inserisce sempre nei momenti giusti e non copre mai i dialoghi ma sottolinea i momenti cruciali.

Lavoreremo da grandiLavoreremo da grandi di Antonio Albanese (2026):
Una commedia che se non fa apertamente ridere strappa comunque, spesso e volentieri, un sorriso. Antonio Albanese torna dietro la macchina da presa dopo il drammatico Cento domeniche (2023) e racconta il paradossale “tutto in una notte” di quattro perdenti, Umberto (Antonio Albanese) musicista dal talento discutibile, il figlio Toni (Niccolò Ferrero) piccolo truffatore che finisce regolarmente in galera, Beppe (Giuseppe Battiston) unico idraulico in Italia a non aver fatto i soldi e Gigi (Nicola Rignanese) ritrovatosi improvvisamente senza un soldo perché la zia ha lasciato tutta l’eredità alla chiesa e a lui solo trucchi e parrucche. In un’atmosfera che richiama in parte il vaudeville francese, con tutta una serie di rompiscatole che si presentano o telefonano a casa di Umberto nel momento sbagliato, e in parte Weekend con il morto perché Gigi, per quasi tutto il film (complimenti alla bravura di Nicola Rignanese), viene trascinato in giro a peso morto dagli amici a causa di una sbronza colossale, i personaggi cercano di barcamenarsi e di risolvere un grosso guaio che temono di aver combinato.
Sono degli sconfitti eppure l’amicizia che li lega è sincera come poche e cercano sempre, a modo loro, di sostenersi e di aiutarsi in una società dove contano solo i soldi, la carriera e la superficialità dei rapporti altrimenti non sei nessuno. Interessanti anche i personaggi di contorno che Antonio Albanese introduce: l’integerrima cugina di Beppe che lo tratta come immondizia nella convinzione di avere a che fare con un idiota; la prostituta Pink che fisicamente è l’esatto opposto di un certo tipo di femminilità che si vede ad esempio nei cinepanettoni e più che sesso dispensa simpatia; il rapper Mario Mario, fidanzato della figlia, che non si sforza neanche di avere un cognome; i vigilantes del lago d’Orta che si palesano ai protagonisti come un incubo notturno.
Non è uno dei film più riusciti del regista ma qualcosa da dire ce l’ha.

Lo stranieroLo straniero di François Ozon (2025):
François Ozon riprende in mano il noto romanzo del 1942 di Albert Camus, che in Francia si studia a scuola, e ne ricava una nuova trasposizione puntando su un ottimo protagonista, Benjamin Voisin, e sull’uso raffinato del bianco e nero.
La storia di Meursault, francese ad Algeri (all’epoca parte integrante del territorio francese), viene raccontata seguendo abbastanza da vicino la trama del romanzo: gli muore la madre ricoverata da tempo in una casa di riposo, si reca ai funerali prendendo un permesso dal lavoro, al rientro va al mare dove incontra la giovane Marie, va con lei al cinema a vedere un film comico, quella stessa sera intesse una relazione con la ragazza, si fa coinvolgere dal vicino magnaccia e disonesto in una lite con degli arabi e decide, in uno stato semi-confusionale forse determinato anche dal caldo, di sparare ripetutamente a uno di loro, uccidendolo, per poi essere arrestato e processato. L’elemento cardine di tutto ciò è l’atteggiamento di Meursault nei confronti della vita, verso la quale sembra nutrire un’indifferenza totale; si gode i piaceri ma non ci si sofferma né ci riflette sopra; è come se tutto gli scivolasse addosso. Alle veglia della madre non piange e non sembra provare pietà né affetto per gli anziani venuti a presenziare al rito per la defunta. Con Marie ha una buona intesa sessuale ma non è disposto a dirle di amarla né che ci tiene a sposarla perché in fondo, per lui, l’amore e il matrimonio non hanno senso. Si lascia coinvolgere dal vicino in una situazione pericolosa senza neanche porsi domande perché dopotutto ognuno vive la sua vita a modo suo. Un atteggiamento di questo tipo non è ben visto da una società che finisce per processarlo più per quella che viene percepita come una mancanza totale di sentimenti che per aver ucciso un innocente.
François Ozon si avvale spesso dei primi piani sul protagonista per metterne in risalto lo stato d’animo e Benjamin Voisin riesce a conferire a Meursault un’espressione apatica ma mai sprezzante che coglie appieno lo spirito con cui affronta la quotidianità. Un leggero sorriso si manifesta sul suo volto solo dopo l’arresto, come se acquisisse la consapevolezza di aver vissuto, in certo qual modo, una forma di felicità. L’ambiguità però rimane. Un film che merita di essere visto per le scelte estetiche di Ozon e il suo talento nel portare sullo schermo un personaggio complesso come questo.

Un anno di scuolaUn anno di scuola di Laura Samani (2025):
Molto liberamente ispirato al racconto omonimo di Giani Stuparich del 1929, autore molto noto a Trieste ma praticamente sconosciuto nel resto d’Italia, è l’unico film che non mi è piaciuto.
Un teen movie che dalla storia originale prende il titolo, i cognomi dei personaggi maschili (Antero, Pasini e Mitis) e un abbozzo della trama che originariamente è ambientata nel 1909 e parla di una ragazza brillante che frequenta l’ottava ginnasio in una classe di soli maschi mettendo a rischio l’amicizia tra i tre di cui sopra e difendendo il proprio diritto di non sottostare alle imposizioni sociali e ai ricatti maschili.
Laura Samani traspone la storia nel 2007, prendendo spunto anche dalla sua adolescenza, introducendo una svedese di nome Fredrika (detta Fred) in una classe di soli maschi anche se nelle altre classi della stessa scuola ci sono anche ragazze, che in un primo momento fanno un tentativo di conoscerla. L’obiettivo è chiaramente quello di focalizzarsi sul rapporto che si crea tra i quattro, ovvero Fred, Antero, Pasini e Mitis ma tutto il resto, purtroppo, è solo accennato e non approfondito. I professori sono mere comparse, e anche gli attori professionisti che li interpretano vengono trattati come tali, e l’ambiente scolastico ha l’unico scopo di fare da cornice alle scene di bullismo iniziali e a quelle di pubblica umiliazione e di riscatto quasi finali. Anche i genitori non esistono o sono relegati a ruoli secondari. La protagonista, orfana di madre, ha un ottimo rapporto di complicità con il padre che meriterebbe di essere portato maggiormente in risalto proprio per la mentalità moderna dell’uomo, che costituisce quindi una figura positiva, ma questo purtroppo non avviene mai. Lui è un tagliatore di teste in una nota azienda e la cosa non è ben vista dalle nuove compagne di scuola di Fred i cui padri lavorano là, ma anche questo argomento non viene mai trattato se non di sfuggita; viene solo mostrato che le ragazze la detestano.
Stessa cosa dicasi per le passioni, le insicurezze, le ambizioni, i timori e le fragilità dei personaggi principali che non emergono mai nettamente ma restano solo in superficie: Antero ama la letteratura perché in un paio di inquadrature ha un libro in mano e in una scena spiega una poesia a Fred, ma la cosa finisce lì; Pasini è un ragazzo tormentato e fragile perché accenna per cinque minuti alla scomparsa del fratello, da cui chiaramente non si è mai ripreso, e perché in una scena se ne sta pericolosamente a osservare il paesaggio sul ciglio di un precipizio, ma non c’è mai una condivisione con gli altri delle proprie angosce; Mitis è un po’ caciarone, protettivo e continua a fare il tira e molla con la sua ragazza, ma non esplicita mai come vive i suoi sentimenti; Fred è sicuramente una prima della classe perché in qualche inquadratura si vede l’insegnante mostrarle apprezzamento e darle il massimo dei voti, ma non la si vede mai studiare né condividere il proprio amore per lo studio con gli altri (dà brevemente ripetizioni a Pasini, ma la scena serve solo a far capire che lui prova qualcosa per lei).
Tutto rimane non detto e non descritto a parte il legame che si crea tra i quattro, che non è amicizia – perché nella realtà dei fatti ognuno conosce degli altri solo quello che gli altri sono disposti a far vedere e quando Fred sta male la abbandonano a sé stessa – ma puro divertimento e voglia di stare insieme facendo gruppo, come succede spesso da adolescenti; però è un vero peccato che non si scavi più a fondo nell’animo di questi ragazzi, così diversi l’uno dall’altro.
Fred aspira soprattutto all’accettazione ma, giustamente, vuole anche avere il diritto di vivere liberamente le proprie scelte, e quando viene definita “troia” va in crisi profonda. Anche lì si spera di vedere una situazione seria trattata con il giusto approfondimento, e invece no. Dopo essere mancata da scuola a lungo, ma non tanto da perdere gli esami, un’insegnante le rifila la solita frasetta di psicologia spicciola del tipo: “Se non trovi la forza di riprenderti avranno vinto loro” e tanto le basta per rialzarsi, da sola e senza l’aiuto psicologico che invece viene dato a Pasini, che alla fine compie un gesto estremo; ma anche quella scena si risolve con una simpatica battuta in ospedale da parte di lui per sdrammatizzare e fine. Se una ragazza pubblicamente umiliata, che si sente anche tradita da coloro di cui si fidava, riuscisse davvero a riprendersi così rapidamente io ne sarei ben contenta, ma la realtà, purtroppo, è tristemente diversa.
I quattro attori non professionisti protagonisti, Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno, sono tutti bravissimi e spontanei e avrebbero meritato un premio collettivo come cast. Bella la scena d’amore tra Fred e Antero, trattata con la giusta delicatezza, e belli anche gli ultimi venti minuti quando Fred inizia a riprendere consapevolezza di sé e decide che vuole andare avanti per la sua strada e che, in fondo, il suo rapporto con Antero, Mitis e Pasini è stata solo una parentesi della sua vita. Il film, però, non mi ha convinta del tutto.

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