Uscito da poco nelle sale cinematografiche, Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto, ambientato nella piccola frazione di Cave del Predil del comune di Tarvisio, è un film che colpisce lo spettatore dritto al cuore dopo averlo tenuto in bilico per più di un’ora tra commedia e dramma inducendolo a chiedersi come andrà a finire.
Petra (Adalgisa Manfrida) e Jure (Massimiliano Motta) sono due giovani fratelli che cercano di sopravvivere in un ambiente dal clima rigido e in una comunità piccola e per lo più menefreghista. Sono onesti e gran lavoratori ma non basta. Non basta per il montanaro che li sfrutta per farsi consegnare un frigorifero in alta quota e poi si rifiuta di pagarli il giusto adducendo scuse fasulle e rifilandogli venti euro per lo sforzo. Non basta per Nevio (Davide Iacopini), che si approfitta del fascino che esercita su Petra per mandarla a scommettere sugli incontri clandestini nella miniera all’insaputa della moglie. Non basta per il bonario Don Attilio (Giuseppe Battiston) che in fondo li considera due dei tanti parrocchiani, un po’ squinternati, a cui lui sta amabilmente dietro. Tutto sembrerebbe destinato ad andare nella stessa inesorabile direzione di miseria e vuoto esistenziale se Petra non si mettesse in testa di ottenere finalmente il tanto agognato riscatto che permetterebbe ai due di costruirsi una nuova vita altrove. E l’occasione, come nei migliori film in cui gli eroi hanno le idee – spesso balzane – ma non i mezzi, si presenta nei panni di un cagnolino smarrito di nome Marlowe.
La forza del film è nel netto contrasto caratteriale tra i due fratelli: lei, autoritaria, litigiosa, arrabbiata con il mondo intero e con quell’umanità che non la rispetta, è in fondo il risultato di un’esistenza priva di sicurezze e di affetti, salvo quello incondizionato del fratello, e della consapevolezza che nella vita l’unica cosa che conta sono i soldi; lui, mite, docile, sempre sottomesso alla sorella e pronto ad assecondare ogni suo colpo di testa, rappresenta il lato umano che lei ha perso e quella semplicioneria che fa da perfetto contraltare al dispotismo di lei. Attorno a loro, una serie di personaggi secondari con le loro manie e le loro ipocrisie: l’anziana proprietaria del cane che lo ama tanto da tenerlo rinchiuso e si permette di offrire ai due un pacco di biscotti – ma non soldi – per averlo ritrovato; il nipote di lei ossessionato dai delitti irrisolti che finisce, in maniera inaspettata e brutale, per restare vittima delle sue stesse ossessioni; la madre di Petra e Jure, presenza/assenza, che non essendo più in grado di intendere e di volere percepisce tragicomicamente l’esistenza del figlio ma non quella della figlia, per lei morta ogni giorno in modo diverso, contribuendo a rendere il carattere di Petra ancora più acrimonioso; lo spacciatore che rifornisce Petra della sua dose periodica di erba – senza la quale lei rischia di perdere ancora di più il controllo – che fa il “generoso” regalandole un pizzico di dose e passa subito alle minacce quando lei cerca, per vendetta, di fregarlo. L’unico affetto vero è rappresentato dal cane, per il quale Jure prova una simpatia immediata trovando in lui quell’amore che non chiede niente in cambio. Petra, al contrario, è talmente accecata dal suo obiettivo da vederlo solo come un mezzo; e in seguito, purtroppo, quel mezzo diventerà il fratello.
Il paesaggio fa da sfondo, e non è uno sfondo da poco. La fotografia di Sandro Chessa ha un suo ruolo determinante nel trasmettere allo spettatore l’idea di un paradiso innevato che in realtà, per i protagonisti, è un inferno di rassegnazione e gelo, anche umano. Per non parlare del netto contrasto tra sopra e sotto: le bianche montagne e la buia miniera dove Petra e Jure si “rintanano” per entrare in contatto con un mondo nascosto in cui, ancora una volta, contano solo i soldi e quanto ognuno è disposto a scommettere e rischiare.
Si nota l’attenzione con cui Matteo Oleotto ha scelto i suoi attori – anche quelli che ricoprono i ruoli più piccoli –, e il talento di cast e tecnici contribuisce in modo evidente alla riuscita di una pellicola che si distingue dai soliti film italiani grazie a una sceneggiatura solida e una realizzazione accurata.
In chiusura non citerò il cinema dei fratelli Coen perché, riguardo a questo film, è stato citato fin troppo. Citerò, invece, I soliti ignoti di Mario Monicelli e la scena in cui Petra e Jure si introducono furtivamente in casa dell’anziana in cerca di soldi e trovano invece polpette e pasticcio di carciofi, rimanendone conquistati (essendo morti di fame). Chi può dirlo, forse se come ricompensa per il ritrovamento del cane, anziché un pacco di biscotti, gli fosse stato offerto un pranzo luculliano e un po’ di sincero calore umano, le cose sarebbero andate diversamente.
Qui è possibile vedere il trailer:



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