Gary Groth non è tipo da mandarle a dire. Tra le altre cose, scopro che fu un litigio con un suo socio a portare alla creazione dei due premi distinti Harvey Award e Eisner Award. D’altro canto i galloni se li è guadagnati sul campo e il moderatore dell’incontro Riccardo Corbò lo definisce nientemeno che un «dio della critica», il cui stile e l’approccio al lavoro sono stati importanti per ispirare il taglio dei primi numeri di Fumo di China come per l’introduzione delle note approfondite nelle riviste di supereroi che sorsero in Italia da metà anni Ottanta dopo la debacle della Corno. Uno dei possibili esempi giunti in Italia del suo stile incalzante è la lunga intervista a Frank Frazetta pubblicata dalla rivista Fumetti d’Italia diretta da Graziano Origa.
Non le manda a dire, dicevo, e anche durante l’incontro a Lucca Comics & Games con la stampa non si tratterrà dal definire «crap» molti prodotti mainstream americani, che l’interprete traduce con un diplomatico «spazzatura».
Groth fondò la rivista The Comics Journal nel 1976, quando aveva ventun anni. Nel corso dell’incontro ribadirà pervicacemente che si trattava di un «opposition magazine», che nel corso della sua esistenza ha rimediato tante denunce per diffamazione. Ovviamente è impossibile sottrarsi dal chiedere ulteriori lumi (o meglio dal farsi raccontare per l’ennesima volta una storia arcinota) sul polverone che si sollevò con l’intervista in cui Jack Kirby accusava il vecchio sodale Stan Lee di aver inventato poco o nulla del Marvel Universe. Tra l’altro, quando si trasferì dalla East Coast alla West Coast, Kirby divenne praticamente un vicino di casa di Groth. L’effetto che ebbe quell’intervista nell’ambiente, cui seguì una feroce campagna per il riconoscimento dei diritti ai veri autori portata avanti da The Comics Journal, fu tale da cementificare l’ostilità della Marvel e di Stan Lee nei confronti della testata di Groth. A tal proposito lui ricorda un aneddoto divertente: a un certo punto decise di dare anche a Lee la possibilità di esprimersi in merito alla questione proponendogli una delle sue lunghe interviste per cui The Comics Journal era famoso. Fece scrivere una lettera molto rispettosa da una sua collaboratrice ma la risposta che ottenne fu il ritorno della missiva con una nota a penna di Stan Lee: «Quando l’inferno gelerà». Trovo legittimo che uno che scriveva supereroi (se mai li ha veramente scritti) ignorasse che il nono cerchio dell’inferno dantesco è effettivamente gelato.
Secondo Gary Groth i comic book non hanno mai prodotto nulla di buono a parte i fumetti della EC Comics; giudizio un po’ tranchant ma storicamente avvalorato dalle origini estremamente povere del formato, ideato per ristampare a poco prezzo (il capostipite pare venisse addirittura regalato) strisce e tavole che transitavano sui quotidiani, per poi successivamente fornire intrattenimento di massa a basso costo con conseguente sfruttamento degli autori. Groth concede comunque generosamente qualche timido elogio a quei rarissimi fumettisti che si ribellarono alle regole imposte dal 17×26 e osarono fare qualcosa di diverso anche in quel contesto asfittico. Se i comic book hanno mai prodotto qualcosa di valido, insomma, è stato per puro caso.
Il vostro umile cronista coglie quindi l’occasione per chiedergli cosa ne pensi delle strisce quotidiane e delle tavole domenicali. Almeno il lavoro di Foster, Raymond, Caniff e compagni si salverà, no? E invece Groth afferma che nemmeno quelle erano poi granché, se non altro a livello di impatto col pubblico: anche se non mancavano i grandissimi nomi lui non li considera come qualcosa di affine alla sua idea di fumetto, anche perché costituivano solo una parte secondaria del giornale che li pubblicava, e che veniva appunto acquistato in quanto tale. Io sapevo che Hearst e Pulitzer si contendevano a suon di dollaroni i servigi di molti fumettisti dei Syndicate perché erano proprio i personaggi e le serie di maggior richiamo a far vendere di più una testata, ma ipse dixit.
D’altro canto Groth non ci va giù leggero nemmeno con i graphic novel o presunti tali: per la precisione, afferma che quando questi prodotti sono realizzati da grandi gruppi editoriali mancano di profondità e scadono nel midbrow o scimmiottano i manga. Per questo c’è bisogno degli editori indipendenti, anche se non è facile pubblicare graphic novel validi e rientrare dei costi.
Gary Groth non è infatti solo un critico: con la sua casa editrice Fantagraphics ha svolto il lavoro di talent scout e pubblicato molto materiale che è entrato nell’Olimpo del fumetto indipendente statunitense, uscendo dai suoi stessi confini per imporsi a livello popolare e internazionale (un esempio in carne e ossa di questo suo scoprire talenti, presente a questa edizione di Lucca Comics & Games, è Daniel Clowes). Groth si imbarcò in questa impresa proprio perché quando uscì The Comics Journal nel 1976 tutto il fumetto era «spazzatura» (chiamiamola così) a causa anche di quel canto del cigno da parte del fumetto underground avvenuto lo stesso anno con la rivista Arcade di Bill Griffith e Art Spiegelman. E così, lasciando da parte ogni falsa modestia, Groth afferma di aver dato vita alla seconda rivoluzione del fumetto negli Stati Uniti – la prima fu appunto quella dell’underground.
Interrogato sull’importanza dell’editor (cioè del supervisore) nella realizzazione di un fumetto, afferma che in casa Fantagraphics non suggeriscono o modificano o correggono nulla: semplicemente, l’editor (se a questo punto si può ancora chiamarlo così) per loro è colui che ha la giusta visione, cioè il gusto, per scegliere quegli autori validi che meritano di entrare in catalogo.
Ovviamente il riferimento agli editor, figure importantissime non solo in Giappone ma anche in casa Marvel e DC Comics, offre il destro a Groth per dire la sua su altre figure storiche che dopo il suo trattamento risultano molto ridimensionate: ad esempio paragona i celebrati Julius Scwartz e Bob Kanigher della DC a dei dittatori, sottolineando che comunque il ruolo degli editor era solo quello di “vigili” che per così dire regolavano il traffico delle sceneggiature trasmettendole ai disegnatori. Di sicuro il loro lavoro non aveva nulla di creativo: forse una vaga eccezione poteva essere costituita da Stan Lee, che però a dire di Groth non aveva a sua volta un grande peso da quel punto di vista. Qualche parola di elogio la spende invece per Harvey Kurtzman e Art Spiegelman, senza scendere troppo nel dettaglio e sottintendendo forse che la loro abilità di supervisori consisteva nel trovare collaboratori e opere validi.
Il rimando alla sua esperienza di editore permette anche la citazione di un aneddoto divertente: quando venne messa in cantiere una nuova ristampa della saga Love & Rockets spuntò fuori una storia di Jaime Hernandez che il fumettista rinfacciò a Groth di aver rifiutato perché a suo tempo disse che gli ricordava troppo Steve Ditko.
E sempre a proposito di Love & Rockets, Groth ricorda che quando gli vennero sottoposti i primi episodi nel 1982 disse “Questo è il futuro dei comics!”. E da lì in poi arrivarono altri autori come Daniel Clowes, Peter Bagge, Joe Sacco, Jim Woodring: questo gli permise di capire che stava facendo la rivoluzione.


Se non ricordo male, l’intervista a Kirby venne tradotta in italiano negli anni ’90. Più tardi, vennero pubblicati due numeri dell’edizione italiana del Comics Journal, a cura di Luca Boschi.
Di Luca Brunori | 9 Dicembre 2024, 11:15L’intervista a Kirby era su uno o due numeri di All American Comics della Comic Art prima versione, quella formato rivista. Credo fosse il 1989 o il 1990.
Di Luca Lorenzon | 9 Dicembre 2024, 21:41